giovedì 28 febbraio 2008

Siamo una moltitudine precaria


Ebbene, siamo tutti precari non è solo uno sloogan sinistroide ne qualcosa che riguarda solo i dignitosissimi lavoratori a contratto nei call-center, ma piuttosto un fatto storico ineluttabile. Una precarietà che riguarda tutti, universale, e che pervade ogni frammento della nostra vita. La precarità è un dato strutturale dell’attuale sistema economico. Precarietà e moltitutdine sono facce della stessa medaglia . Moltitudine intesa proprio come la frammentazione a cui è soggetta l’attività lavorativa non solo a causa dei rapporti di forza sfarevoli ma soprattutto a causa di una molteplicità e differenziazione che parte dall’uso e dallo sfruttamento delle individualità di cui ogni persona è latrice.

In quello che viene chiamato capitalismo cognitivo sono le differenze- e non più la differenza- a costituire la forza lavoro cognitiva dell’attuale fase capitalistica . Ed è proprio lo sfruttamento di tali differenze e la loro declinazione materiale a definire le nuove forme del rapporto capitale lavoro. Mobilità e indifferenziazione dell’individualità sono gli ingredienti che favoriscono il processo di individualismo contrattuale e lavorativo che sta alla base della condizione soggetiva di precarietà. Quindi è proprio il caso di parlare di moltitudine precaria.

A differenza del passato sistema di produzione-accumulazione fordista-taylorista, oggi non è più quindi individuabile una classe di lavoratori, accumunabili dalle stesse istanze e dagli stessi bisogni. Qualsiasi politica sociale si deve quindi necessariamente scontrare con la problematica di come la moltitudine possa essere rappresentata e diventare soggetto politico in grado di implementare un cambiamento sociale, in grado di siglare un nuovo patto sociale. Così come nel secolo scorso i lavoratori riuscirono ad ottenere un compromesso con il capitale e lo stato che faceva da garante.

Ma oggi come rappresentare qualcosa che è ontologicamente non immediatamente rappresentabile?come è possibile trovare un comun denominatore tra le centinaia, forse migliaia di tipologie contrattuali e di lavoro?La ricomposizione della soggettività precaria è possibile?


Sappiamo che la precarietà è un modo per far perdurare una situazione di sfruttamento e di comando nell’ambito del rapporto capitale lavoro, quindi come è in qualche modo un fenomeno ineliminabile nell’attuale fase capitalistica.

Precarietà che, come anticipato, assume una dimensione esistenziale, dalla culla alla bara, influendo sui processi di apprendimento, sulla possibilità di sviluppare general intellect, sulle capacità relazionali, e di far rete. Fenomeno che tra l’altro scoraggia l’individuo a ritagliarsi spazi di libertà per l’agire politico, per domandarsi e provare a rispondere.

Per raggiungere un nuovo compromesso sociale sarebbe neccesario d’altronde un garante istituzionale , come lo stato lo era nel novecento. Ma nel capitalismo cognitivo lo stato nazionale è sempre più impedito ad attuare politche economiche autonome per l’elevato grado di internazionalizzazione della produzione e per il ruolo svolto da mercati finanziari sempre più globalizzati. Esso deve far i conti con una nuova gerarchia imperiale (vedi Negri), esito di una divisione del lavoro più cognitiva che funzionale.

Perché si verificano quindi le possibilità di un nuovo patto sociale si devono quanto meno verificare tre condizioni:

-definizione di uno stato sovrannazionale (il che potrebbe essere incarnato dall’Europa stessa);

- una politca redistributiva che parta dalla considerazione che oggi la remunerazione del lavoro è remunerazione della vita, in quanto è essa stessa la base della crescita della produttività ;

- ma soprattutto la messa in moto di istanze politiche e sociali che implicano processi di ricomposizione del lavoro, quindi nuove forme di rappresentanza sociale;

Quale soluzione possibile?

L’individualizzazione delle forme di lavoro è lo strumento che permette di instillare la gerarchia nell’ambito della produzione reticolare e della cooperazione sociale . Cio è reso possibile dalla ricattabilità del bisogno di reddito e dalla divisione cognitiva del lavoro. Quello che qualcuno chiama contratto di mutua indifferenza…

Un alternativa è data dal contratto di reciproca solidarietà : ovvero lo sviluppo di rapporti sociali che tengano conto degli effetti che ciascun comportamento individuale può causare al suo prossimo.

Inoltre si presuppone l’individuazione di obbiettivi comuni che stanno alla base di un insieme di leggi e regolamenti che una collettività, o meglio una comunità, è in grado di esprimere.

Ma, ancora, la moltitudine precaria potrebbe diventare una comunità? Potrebbe esserlo se fosse in grado di creare processi di ricomposizione delle proprie soggettività al di sopra delle specifiche e differenziate condizioni di lavoro.

A tal fine è fondamentale individuare un linguaggio comune comprensibile da parte di tutti, si tratta di individuare una pratica comune.

Si può ritenere che la richiesta di un reddito di esistenza indipendente dal lavoro sia lo strumento più idoneo per favorire almeno in potenza un processo di ricomposizione che vada al di là delle condizioni materiali di lavoro?Ma soprattutto, le pratiche sindacali possiamo considerarle ancora idonee ad individuare tali soluzioni?

ai posteri una lunga riflessione....



note bibliografiche:

"Bioeconomia e capitalismo cognitivo", Andrea Fumagalli
www.infoxoa.org sezione "reclama reddito"


2 commenti:

C. ha detto...

Ammiro lo sforzo di analisi e di approfondimento ma c'è qualcosa che mi lascia perlplesso.
Sono considerazioni trite e ritrite perciò evito di riproporle.
Una cosa però non può rimanere taciuta, pena la superficialità di analisi: esiste una differenza tra precarietà e flessibilità.
Lo dico non per vantare una presunta superiorità (etica, sociale, economica) della seconda sulla prima. Credo che sia il caso di riflettere approfonditamente su anche sul concetto di flessibilità, ma credo che operare questa distinzione aiuti a trovare alcune, seppur parziali, soluzioni.
"La precarietà è un fatto storico ineluttabile". E' qui un primo errore. Assumere la precarietà come un dato immodificabile porta necessariamente a soluzioni lontane dalla portata reale del problema.
"La precarietà va eliminata, la flessibilità è un dato ineluttabile" è, secondo me, un'approccio che ci consente tutta un'altra analisi.
Fuori da ideologismi e slogan sinistroidi. Si tratta di far valere gli ultimi residui di un contratto sociale in via di ridefinizione. Di fare in modo che la società del futuro non sia un'involuzione di quella che l'ha preceduta ma un'evoluzione di essa.
Una rideclinazione del concetto stesso di diritto, dei soggetti portatori di diritti e dei garanti di essi.
E allora non si può pensare di non intervenire sulle fattispecie problematiche alla portata di un sistema seppur debole come quello dello stato-nazione.
Premesso che l'analisi sulle trasformazioni in campo economico-produttivo sono secondo me valide, bisogna fare in modo che sia in primo luogo lo stato-nazione a prendere coscienza dei cambiamenti in atto e regolarsi di conseguenza.
Se assumiamo che "la precarietà influisce (secondo me negativamente) sui processi di apprendimento, sulla possibilità di sviluppare general intellect, sulle capacità relazionali, e di far rete" e se è proprio questo "general intellect" ad essere a fondamento della "Network Society" (do you remember Castells?) viene da se che l'organismo Network Society privato dei suoi elementi nutritivi deperisca.
E infatti sono sotto gli occhi di tutti le materializzazioni distopiche del neocapitalismo globale.(peak oil, surriscaldamento globale, guerre e fondamentalismi, povertà, ecc.)
Partire quindi dalla sostenibilità globale e trasversale. Non si tratta di organizzare una moltitudine precaria versus la moltitudine capitalista. Bisogna capire che si è tutti sulla stessa barca, e la barca sta affonadando!
Allora ben venga un contratto di reciproca solidarietà a patto che i contraenti siano tutti gli attori sulla scena globale.

gdimolfetta ha detto...

Credo che C. abbia colto nel segno la questione. Sono d'accordo con l'idea per cui "La precarietà va eliminata, la flessibilità è un dato ineluttabile". Io intendevo dire che la precarietà è lo strumento inevitabile dell'attuale fase capitalistica per mantenere conservata la "gerarchia". Ma sono altrettanto convinto che la precarietà sia il cancro di questo modello sociale, perchè lo porterà al collasso su se stesso...proprio perchè, influendo "negativamente" sull'insieme delle risorse umane (e cognitive), influiscono tout court sullo stesso sviluppo capitalistico. Un nuovo patto sociale è quindi necessario.
Per quanto riguarda la flessibilità ...forse dovremmo scrivere articoli interi sul tema...ma restando alla riflessione aull'articolo, credo che sia preliminare distinguerla dalla precarietà. "Essere flessibili significa avere tutti gli strumenti, in termini di apprendimento, formazione, sicurezza e stabilità, per poter essere padroni del proprio tempo e del proprio destino. La flessibilità è frutto di una scelta." La precarietà è l'esatto opposto: essere precari significa subire le proprie condizioni di lavoro e di vita.
La confusione tra flessibilità e precarietà è data innanzitutto per il fatto che le varie proposte di welfare non risolvono la controversa questione del workfare. Infatti, sempre più proposte di welfare hanno scelto di legare l'accesso all'assitenza sociale e ai sussidi all'obbligo di intraprendere qualsiasi lavoro viene offerto nel settore pubblico. La maggior parte dei sistemi di welfare in Europa è così. Eppure in tali modelli seppur venga reinventato il welfare lo si fa andando verso l'esaltazione della precarietà come condizione di fondo, per la necessaria e permanente ricattabilità e assoggezione dell'individuo al mercato. Questa è precarietà. Credo anche che tutte le analisi che si sono spinte a considerare la flexicurity (o flexsecurity) come modello ideale (parliamo del modello danese), sono a questo punto nello stesso pantano. Infatti anche in Danimarca, dove esiste una concertazione trilaterale tra stato, sindacato e imprese, l'accesso al reddito viene progressivamente condizionato e limitato. In altri termini, anche in danimarca, la copertura della protezione del reddito data dal sistema di assicurazione sociale viene legata alla prestazione lavorativa. Quindi, sono d'accordo con C. che la chiave di tale ragionamento è come articolare la flessibilità senza che si verifichi una condizione di precarietà Io credo che una proposta credibile sia l'erogazione di un reddito di esistenza.