venerdì 29 febbraio 2008

Hasta la doccia, baby


Riporto una lettera scritta ad un giornale molto seguito da una parte della "moltitudine precaria". Ho deciso di postarla perchè dopo l'iniziale sconcerto e la successiva ilarità ho pensato a quanto la lettera possa essere quasi paradigmatica di una determinata condizione. Valutate voi.
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"Caro ....." Ho un rituale mattutino che sento di dover condividere con voi. Lo chiamo "il Terminator". Prima mi accovaccio nella doccia nella classica posa da "terminator nudo che viaggia nel futuro". Rimango accovacciato con gli occhi chiusi per un minuto, visualizzando Arnold o anche il tipo del secondo film e comincio a a canticchiare la colonna sonora di Terminator. Poi mi alzo in piedi lentamente e apro gli occhi. Questo mi aiuta ad andare aventi nella giornata come sefossi un fottuto cyborg figlio di puttana senza sentimenti. (grassetto mio). L'unico problema è quando la tenda della doccia si appiccica alla mia gamba bionica.

giovedì 28 febbraio 2008

Siamo una moltitudine precaria


Ebbene, siamo tutti precari non è solo uno sloogan sinistroide ne qualcosa che riguarda solo i dignitosissimi lavoratori a contratto nei call-center, ma piuttosto un fatto storico ineluttabile. Una precarietà che riguarda tutti, universale, e che pervade ogni frammento della nostra vita. La precarità è un dato strutturale dell’attuale sistema economico. Precarietà e moltitutdine sono facce della stessa medaglia . Moltitudine intesa proprio come la frammentazione a cui è soggetta l’attività lavorativa non solo a causa dei rapporti di forza sfarevoli ma soprattutto a causa di una molteplicità e differenziazione che parte dall’uso e dallo sfruttamento delle individualità di cui ogni persona è latrice.

In quello che viene chiamato capitalismo cognitivo sono le differenze- e non più la differenza- a costituire la forza lavoro cognitiva dell’attuale fase capitalistica . Ed è proprio lo sfruttamento di tali differenze e la loro declinazione materiale a definire le nuove forme del rapporto capitale lavoro. Mobilità e indifferenziazione dell’individualità sono gli ingredienti che favoriscono il processo di individualismo contrattuale e lavorativo che sta alla base della condizione soggetiva di precarietà. Quindi è proprio il caso di parlare di moltitudine precaria.

A differenza del passato sistema di produzione-accumulazione fordista-taylorista, oggi non è più quindi individuabile una classe di lavoratori, accumunabili dalle stesse istanze e dagli stessi bisogni. Qualsiasi politica sociale si deve quindi necessariamente scontrare con la problematica di come la moltitudine possa essere rappresentata e diventare soggetto politico in grado di implementare un cambiamento sociale, in grado di siglare un nuovo patto sociale. Così come nel secolo scorso i lavoratori riuscirono ad ottenere un compromesso con il capitale e lo stato che faceva da garante.

Ma oggi come rappresentare qualcosa che è ontologicamente non immediatamente rappresentabile?come è possibile trovare un comun denominatore tra le centinaia, forse migliaia di tipologie contrattuali e di lavoro?La ricomposizione della soggettività precaria è possibile?


Sappiamo che la precarietà è un modo per far perdurare una situazione di sfruttamento e di comando nell’ambito del rapporto capitale lavoro, quindi come è in qualche modo un fenomeno ineliminabile nell’attuale fase capitalistica.

Precarietà che, come anticipato, assume una dimensione esistenziale, dalla culla alla bara, influendo sui processi di apprendimento, sulla possibilità di sviluppare general intellect, sulle capacità relazionali, e di far rete. Fenomeno che tra l’altro scoraggia l’individuo a ritagliarsi spazi di libertà per l’agire politico, per domandarsi e provare a rispondere.

Per raggiungere un nuovo compromesso sociale sarebbe neccesario d’altronde un garante istituzionale , come lo stato lo era nel novecento. Ma nel capitalismo cognitivo lo stato nazionale è sempre più impedito ad attuare politche economiche autonome per l’elevato grado di internazionalizzazione della produzione e per il ruolo svolto da mercati finanziari sempre più globalizzati. Esso deve far i conti con una nuova gerarchia imperiale (vedi Negri), esito di una divisione del lavoro più cognitiva che funzionale.

Perché si verificano quindi le possibilità di un nuovo patto sociale si devono quanto meno verificare tre condizioni:

-definizione di uno stato sovrannazionale (il che potrebbe essere incarnato dall’Europa stessa);

- una politca redistributiva che parta dalla considerazione che oggi la remunerazione del lavoro è remunerazione della vita, in quanto è essa stessa la base della crescita della produttività ;

- ma soprattutto la messa in moto di istanze politiche e sociali che implicano processi di ricomposizione del lavoro, quindi nuove forme di rappresentanza sociale;

Quale soluzione possibile?

L’individualizzazione delle forme di lavoro è lo strumento che permette di instillare la gerarchia nell’ambito della produzione reticolare e della cooperazione sociale . Cio è reso possibile dalla ricattabilità del bisogno di reddito e dalla divisione cognitiva del lavoro. Quello che qualcuno chiama contratto di mutua indifferenza…

Un alternativa è data dal contratto di reciproca solidarietà : ovvero lo sviluppo di rapporti sociali che tengano conto degli effetti che ciascun comportamento individuale può causare al suo prossimo.

Inoltre si presuppone l’individuazione di obbiettivi comuni che stanno alla base di un insieme di leggi e regolamenti che una collettività, o meglio una comunità, è in grado di esprimere.

Ma, ancora, la moltitudine precaria potrebbe diventare una comunità? Potrebbe esserlo se fosse in grado di creare processi di ricomposizione delle proprie soggettività al di sopra delle specifiche e differenziate condizioni di lavoro.

A tal fine è fondamentale individuare un linguaggio comune comprensibile da parte di tutti, si tratta di individuare una pratica comune.

Si può ritenere che la richiesta di un reddito di esistenza indipendente dal lavoro sia lo strumento più idoneo per favorire almeno in potenza un processo di ricomposizione che vada al di là delle condizioni materiali di lavoro?Ma soprattutto, le pratiche sindacali possiamo considerarle ancora idonee ad individuare tali soluzioni?

ai posteri una lunga riflessione....



note bibliografiche:

"Bioeconomia e capitalismo cognitivo", Andrea Fumagalli
www.infoxoa.org sezione "reclama reddito"


mercoledì 27 febbraio 2008

per cominciare....

"Gli ultimi trent'anni, all'indomani della crisi del paradigma industriale fordista, sono stati teatro di cambiamenti strutturali e irreversibili nel modo della produzione capitalistico. Si è modificato il ruolo dei mercati monetari e finanziari, mentre le leve dell'accumulazione e della crazione di valore si fondano sempre più su nuove forme di lavoro e di produzione immateriale. Le vecchie regole redistibutive sono state saltate e si assiste sempre più al declino delle politiche di welfare. In particolare, la conoscenza e lo spazio costituiscono oggi le due variabili economiche più rilevanti nel determinare le dinamiche economiche." Andrea Fumagalli, "Bioeconomia e capitalismo cognitivo".
Una introduzione quella che ho scelto per il primo post che mi sembra inquadri perfettamente alcune grandi questioni che oggi appassionano molti studiosi e purtroppo troppo pochi politici. Argomenti, quelli del prof Fumagalli, che evidentemente toccano ogni campo del sapere e del vivere umano, dal modo in cui si è riorganizzata l'impresa capitalistica e quali siano le nuove forme di valorizzazione del capitale alle nuove forme di sfruttamento e alienazione delle soggettività messe al lavoro.
Quanto si possa discutere su tali argomenti è dato dalla quantità di analisi e proposte emerse negli ultimi anni: dal capitalismo cognitivo all'abbattimento dei primi steccati della proprietà intellettuale alle proposte dello stesso Fumagalli (nelle ormai vecchiotte "dieci tesi sul reddito di cittadinanza") sul reddito e sul recente "Commonfare".
L'intenzione di aprire una discussione, oggi 27 febbraio 2008, seppur digitale, è la conseguenza di un sentimento forte di insoddosfazione rispetto a come le recenti discussioni sulla politica di questo paese ( e in generale sulle dinamiche politico-economiche globali) stanno evolvendo. Da anni condivido con molti dei ragionamenti preziosi non solo sulle questioni di fondo che introduce molto bene lo stesso prof F., ma innanzitutto su come rispondere e reagire ad uno stato emergenziale in cui versano le nostre città, l'istruzione a tutti i livelli, la nostra carta dei diritti civili, sociali e politici...condizioni che oramai colpiscono molti e a più livelli. Soprattutto nel nostro paese
i partiti e le coalizioni politiche che si apprestano ad andare ad elezioni tra pochissimo tempo, non sembrano aver colto le giuste parole d'ordine...quelle che noi senza presunzione possiamo identificare con i problemi che viviamo tutti i giorni.
Ma c'è un'altra questione, strettamante legata alla prima a doppio filo, che è la mancanza totale di spazi fisici e non di partecipazione e autogestione sociale e civile. Mancanza che sta demolendo la stessa figura del cittadino, come soggetto portatore di diritti e protagonista consapevole e potenzialmente attivo nella sua comunità di riferimento.
Un problema che, credo, si stia ripercuotendo a grandi frequenze al mondo della politica ma sopratutto del sindacato, organizzazioni sempre meno sociali e sempre meno rispondenti alla loro missione primitiva.
Ma questi problemi, così brevemente accennati, fanno parte della grande sfida che dobbiamo affrontare: ragionare su cosa significa bioeconomia e quanto questa determini un nuovo paradigma nella lettura delle nostre vite, come rispondere a tutti quei problemi che riguardono da vicino le nostre vite di studenti, lavoratori precari o solamente precari e come è possibile organizzare una risposta a quseti problemi: il sindacato? il partito? o qualcosa di diverso...qualcosa che sino ad ora non è stato scritto su nessun libro o blog...
spero questa "scintilla" serva a qualcosa, nel caso contrario vi ringrazio comunque dell'attenzione.